Pubblicato su Artribuna cura dell Redazione 15/07/2025
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“Poi dicono che gli illiberali siamo noi di destra…” Così il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha denunciato sulla propria pagina Facebook il Corriere della Sera, accusandolo di aver censurato una sua intervista. “Dal Corriere della Sera prima mi chiedono una replica a un editoriale velenoso sulla cultura di destra scritto da Ernesto Galli della Loggia, poi cambiano idea virando su un’intervista a tutto campo, con la prima domanda proprio su Galli della Loggia. Ma siccome la risposta alla domanda non piace decidono di non pubblicare l’intervista. E dire che, previa supplica del Corriere, avevo anche accettato di togliere le parole “perditempo” e “poltrona di lusso””, scrive ancora nel post.
L’intervista a Giuli sul Corriere della Sera
L’osservazione di Giuli arrivava in risposta a un editoriale pubblicato lo scorso sabato 12 luglio sul giornale, in cui l’editorialista Ernesto Galli della Loggia accusava il ministero della Cultura di mancanza di visione e di aver ridotto la gestione culturale a un’occupazione di poltrone. Nell’intervista postata su Facebook, il ministro gli rispondeva così: “I perditempo insinuano che l’impegno della destra sia concentrato sulle poltrone, noi intanto raggiungiamo risultati: sabato abbiamo ottenuto l’iscrizione di un nuovo sito Unesco, il 61°, le “Domus de Janas” sarde. Un primato mondiale riconosciuto al ministero della Cultura”.
Seguiva anche un attacco diretto allo storico e professore, già al centro di altre polemiche negli scorsi mesi sul classismo di alcune posizioni sul giornale di Via Solferino: “Prendo sul serio la sua illuminante autodenuncia: il mio predecessore lo aveva nominato in una “poltrona” di lusso, a capo della Consulta dei Comitati nazionali, dalla quale il prof ha giudicato le opere di Papini, di Volpe e perfino di Gentile indegne di valore nazionale. La stessa Consulta ha bocciato le celebrazioni del 650° anniversario di Boccaccio”. A questo punto, Giuli chiedeva esplicitamente all’editorialista di lasciare l’incarico a cui era stato nominato dall’ex Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. “Ergo: mozione accolta, ora mi aspetto che lui dia il buon esempio e lasci spazio a persone più motivate. Altrimenti sarò costretto a replicare parafrasando Hegel: Non c’è eroe (politico) per il suo cameriere (intellettuale)”.
A un paio d’ore dal primo post, Giuli ha anche pubblicato la trascrizione di uno scambio di messaggi con il giornalista del Corriere, Paolo Conti (pur senza nominarlo), suo intervistatore: “A me pare molto bella, densa e puntuale (l’intervista, ndr). Non rischiamo di dare del perditempo a Ernesto?”, chiede il giornalista. Al che Giuli accettava di sostituire l’espressione con “alcuni” oppure “c’è chi dice””. Una decisione, quella di rendere pubblici i messaggi, poi criticata dallo stesso Conti.
La risposta a Giuli del Corriere della Sera e di Galli della Loggia
Il Corriere della Sera ha subito risposto alle accuse: “Dieci giorni fa avevamo chiesto un’intervista al ministro Giuli su quanto accadeva al ministero, ma ce l’ha negata. Domenica ha accettato l’intervista, ma si è concentrato su un editoriale critico sulla politica culturale del professor Galli della Loggia in cui si rispondeva esclusivamente chiedendo le sue dimissioni da un incarico culturale con un contorno di insulti. Al ministro è stato chiesto di replicare con una lettera alle accuse politiche del professor Galli. Nessuna censura. Lui ha rifiutato. Se cambierà idea siamo pronti a pubblicarla. Il resto è una polemica pretestuosa e senza fondamento. Del resto“, continuano dal Corriere, “nell’intervista si nega anche l’evidenza rispetto a quanto sta accadendo nel suo ministero”, un riferimento non troppo velato allo scontro con la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni.
Ha quindi risposto anche Galli della Loggia: “La ‘poltrona di lusso’ di cui fantastica il ministro Giuli consiste in un incarico che mi ha tenuto impegnato insieme ad altri due colleghi, e a un manipolo di funzionari del suo e di altri ministeri nonché ad un incaricato della presidenza del Consiglio, per non più di alcune mattinate. Incarico notoriamente e rigorosamente – e aggiungo: giustamente – non retribuito“. E su Boccaccio, invita il ministro a “farsene una ragione: gli esperti e i giudici eravamo noi, non lui“.

