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San Pietro, torna a brillare la cupola della Cappella Clementina

Chi pensa a San Pietro in Vaticano ha subito in mente la grande cupola di Michelangelo. Molto meno conosciute sono le altre cupole che scandiscono la Basilica. Tra queste c’è quella della Cappella Clementina, nell’angolo sud-orientale della crociera michelangiolesca, alle spalle del monumento funebre di Papa Pio VII: uno spazio appartato, quasi nascosto, di cui, grazie alla campagna di restauro condotta dallo Studio del Mosaico Vaticano possiamo oggi apprezzare nuovamente la ricchezza della decorazione.

La cappella prende il nome da Clemente VIII Aldobrandini, che nel 1601 ne promosse l’apparato decorativo all’interno del più ampio programma ornamentale della nuova Basilica di San Pietro. I mosaici della volta furono realizzati tra il 1601 e il 1604 sui cartoni di Cristofano Roncalli, detto il Pomarancio, da Paolo Rossetti, Marcello Provenzale da Cento e dalla loro bottega. La cupola è articolata in otto spicchi, separati da elementi in stucco dorato, e sviluppa un complesso programma iconografico nel quale ricorre la simbologia mariana: dalla colomba dello Spirito Santo ai cherubini, dalle fenici alle stelle, fino alle figure della Vergine e di San Giuseppe.

Un cantiere di 371 metri quadrati

Il restauro, avviato dopo una criticità segnalata già nel 2008 e messa in sicurezza nel 2015, ha permesso di esaminare sistematicamente l’intera superficie della cupola: circa 371 metri quadrati, raggiunti attraverso un ponteggio articolato su nove livelli.

Depositi superficiali, efflorescenze saline, tessere mobili, distacchi e disgregazioni interessavano in particolare alcune porzioni della decorazione e delle preziose tessere auree.

L’intervento è stato condotto secondo i criteri di reversibilità, compatibilità e minimo intervento. Prima la messa in sicurezza, poi la pulitura e il consolidamento: un lavoro estremamente minuzioso che ha riguardato anche le singole tessere e le cartelline che proteggono la lamina d’oro. La rimozione delle efflorescenze e dei depositi ha restituito leggibilità ai colori e una nuova luminosità all’oro.

Tessere grandi pochi millimetri

Ma il ponteggio non ha offerto soltanto la possibilità di intervenire sul degrado. Ha consentito anche di guardare il mosaico da una distanza che normalmente è impossibile al visitatore e di osservare dettagli invisibili dal pavimento della Basilica.

“Alcune parti della decorazione sono state realizzate con delle tessere molto piccole, addirittura a volte di un lato di 3-4 millimetri”, spiega Paolo Di Buono, direttore dello Studio del Mosaico Vaticano. Una scelta sorprendente proprio perché la cupola è pensata per essere vista da grande distanza. La minutissima dimensione delle tessere consentiva di ottenere una maggiore gradazione delle tinte e raffinate sfumature, soprattutto negli incarnati.
L’osservazione ravvicinata ha portato anche a formulare un’ipotesi sulla tecnica esecutiva. In alcune parti anatomiche, soprattutto nei volti e nelle figure di angeli e cherubini, sono stati individuati dislivelli rispetto allo sfondo. Un dato che potrebbe indicare che alcune porzioni siano state realizzate non direttamente sulla cupola, ma in laboratorio e successivamente trasportate e applicate in situ. Di Buono precisa che si tratta di un’ipotesi, non ancora confermata dai documenti d’archivio.

La relazione del restauro considera questa interpretazione fondata anche sulla finezza dell’esecuzione e sulla presenza di raccordi e linee di taglio che sembrano indicare fasi differenti di lavorazione. Se confermata, sarebbe una novità significativa per la storia della decorazione musiva della Basilica di San Pietro.

L’oro e il blu

Gli interventi sugli stucchi hanno contribuito a riportare in evidenza la doratura delle lesene e dei costoloni che scandiscono gli otto spicchi della calotta.

Un lavoro svolto in stretta collaborazione tra mosaicisti, restauratori e stuccatori.

Anche la tecnica racconta il contesto culturale nel quale la decorazione fu realizzata. La scelta del mosaico prezioso, con smalti e oro, guardava alla tradizione della Chiesa antica e alla Basilica costantiniana, mentre il programma figurativo si inseriva nel clima della Controriforma e nei temi cari alla sensibilità post-tridentina.

Un restauro che diventa memoria digitale

Fotografie ad altissima risoluzione, dati relativi agli interventi e mappature delle singole tessere possono essere collegati alla posizione esatta sulla superficie della cupola.

Il sistema consente di arrivare alla mappatura fino al centimetro quadrato e permette di conservare una memoria dettagliata del restauro, consultabile anche a distanza e utile per eventuali futuri interventi.
Così, mentre la pulitura ha restituito luce a una decorazione di oltre quattro secoli fa, la tecnologia consegna al futuro la memoria di ciò che è stato fatto per conservarla.

Le firme dei restauratori di ieri

A lasciare una traccia del proprio lavoro non sono stati soltanto i mosaicisti e gli artisti del Seicento. L’attenta osservazione resa possibile dal ponteggio ha portato alla luce anche scritte a matita risalenti al Settecento e all’Ottocento, lasciate dagli addetti della Fabbrica di San Pietro che intervenivano periodicamente sulla decorazione. Erano annotazioni legate alle operazioni di manutenzione, al conteggio delle ore di lavoro: la pulitura dei mosaici, il rifacimento di porzioni di doratura, gli interventi sulle lesene. Una sorta di diario di cantiere ante litteram, nel quale gli artigiani documentavano il loro operato direttamente sulle superfici della cappella.

“Loro annotavano tutto come noi lo facciamo oggi – racconta uno dei restauratori – però noi facciamo la documentazione sopra un iPad, con tecnologie più sofisticate. Loro la facevano al momento, però hanno lasciato testimonianza di quello che hanno fatto”.

La memoria del restauro

È forse anche questo uno degli aspetti più suggestivi emersi dal cantiere: la conservazione non riguarda soltanto l’opera, ma anche la memoria di chi, nel corso dei secoli, se ne è preso cura. Alle tracce lasciate a matita dai restauratori del Settecento e dell’Ottocento si affianca oggi la documentazione digitale destinata a raccontare gli interventi compiuti nel presente.

Il restauro della cupola della Cappella Clementina si conclude così con una doppia restituzione: alla decorazione viene ridata la luce perduta, mentre alla sua storia viene affidata una nuova memoria, perché anche chi verrà domani possa conoscere non soltanto ciò che è stato conservato, ma il lavoro necessario per continuare a conservarlo.


Sull’articolo originale pubblicato sul sito vaticannews.va  è presente una ricca quantità di immagini.


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