L’arte di salvare la grande bellezza

La Reggia di Venaria espone duecento capolavori provenienti da tutta Italia restaurati grazie all’impegno di Intesa Sanpaolo. Le opere ritorneranno poi ai loro musei di origine.

Come far sì che la fragilità della bellezza non diventi il suo tallone d’Achille, la sua condanna? Se è pur vero che la caducità ne è caratteristica consustanziale, altrettanto i suoi valori di memento, di educazione e di consolazione rendono necessaria la conservazione della bellezza. La preservazione, quindi, e la sua restituzione rappresentano una responsabilità non solo culturale ma anche civile. Una tutela rivolta verso il tempo, che della bellezza è un amante geloso. Dal 1989 Intesa Sanpaolo si è fatta carico di questo impegno con il progetto “Restituzioni”, che ogni due anni seleziona e si occupa di un nucleo di opere appartenenti al patrimonio artistico pubblico bisognose di restauro. «L’Italia è un enorme museo diffuso attraverso i secoli, con il più grande patrimonio artistico al mondo, dove la bellezza è presente ovunque, maestosa e fragile, minacciata dal passare dei secoli, dalle calamità, dall’incuria.
La perdita dell’integrità dei suoi capolavori è un danno alla nostra storia e alla nostra identità nazionale» spiega il presidente emerito di Intesa Giovani Bazoli, anima del progetto sin dall’inizio.
Si parla di milletrecento opere in trent’anni, dall’antico al contemporaneo, individuate con l’obbiettivo di restituire la varietà della produzione italiana, accogliendo anche le arti minori, con l’idea di manufatto come testimonianza di una preziosa tradizione artigianale e culturale.
Quindi dipinti, affreschi, mosaici, sculture e poi opere di oreficeria, argenteria ed ebanisteria, lavori tessili, ceramiche e porcellane.
Le segnalazioni arrivano da tutta Italia, in collaborazione con decine di enti di tutela e di proprietà, tra soprintendenze, musei pubblici, privati ed ecclesiastici, siti archeologici e chiese. Prima che le opere tornino nelle loro sedi di origine alla fine di ogni biennio viene organizzata una grande mostra, che ne costituisce la riconsegna ufficiale ma anche il momento della valorizzazione e una festa alla bellezza intesa come bene comune. La Reggia di Venaria Reale accoglie fino al 16 settembre la diciottesima edizione di “Restituzioni”, un’esposizione con oltre duecento capolavori restaurati dal titolo La fragilità della bellezza. Una sede ideale per le assonanze con il suo genius loci: splendida piccola Versailles voluta dai Savoia, per due secoli cadde in disgrazia abbandonata a un destino di degrado e depredazione che sembrava averla irrimediabilmente compromessa. Poi alla fine degli anni Novanta partì un grandioso progetto di recupero che, attraverso quello che fu considerato il più grande cantiere d’Europa nel campo dei beni culturali, riportò la Reggia alla sua meraviglia, complesso monumentale simbolo del barocco internazionale. Nel 2007 l’inaugurazione, con un processo di restauro che è continuato nel tempo restituendo architetture, giardini e parchi che facevano parte della sua struttura originaria. La Venaria Reale oggi è un polo culturale dove antico e contemporaneo si incontrano, di cui fa parte anche il Centro per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali “La Venaria Reale”, che è stato protagonista nel progetto. Ma sono centinaia i laboratori di restauro e i professionisti coinvolti da Intesa Sanpaolo in questa lunga campagna di tutela, sparsi nelle diciassette regioni interessate dal progetto dal nord al sud dell’Italia, con interventi spesso realizzati in situ, per esempio per i mosaici pavimentali paleocristiani della Basilica di Aquileia e per gli affreschi di Altichiero e Avanzo nella Cappella di San Giacomo della Basilica del Santo a Padova.«Siamo convinti – dice Michele Coppola, Direttore Arte, Cultura e Beni Storici della banca – che il contributo alla salvaguardia del patrimonio sia il modo di difendere il valore e l’identità stessa del nostro Paese». La mostra è un percorso lungo quaranta secoli, in cui ogni opera ha la sua biografia unica, che travalica il puro valore artistico per diventare anche testimonianza antropologica, storica e sociale, tengono a sottolineare Carlo Bertelli e Giorgio Bonsanti, i curatori. Come la testa maschile in bronzo detta “di Basilea” del V secolo a.C., vittima di un naufragio antico, poi recuperata nel 1969 davanti a Villa San Giovanni in Calabria, dove venne trafugata per essere ritrovata anni dopo dalla polizia italiana nell’Antikenmuseum di Basilea e infine restituita.

Un’eterogeneità dove la bellezza si manifesta senza gerarchie, contemplando capolavori firmati da grandi nomi come Tiziano, Pietro da Cortona, Giovanni Bellini, Vincenzo Foppa, Anton van Dyck e il Canaletto (con una veduta sul mercato di Dresda che rappresenta l’unica opera proveniente da un museo estero) insieme a oggetti di quotidianità come la carrozzina del piccolo Ferdinando Umberto dei Savoia Genova o il rarissimo mantello cerimoniale tupinambà proveniente dal Brasile, ricamato di piume rosse. Le più antiche sono le pitture murali della tomba di Henib, 1976-1794 a.C., che attendevano un intervento da quando arrivarono nel Museo Egizio di Torino ai primi del Novecento, le più contemporanee sono le tele di Burri, Morandi e Cy Twombly.

In mezzo, tesori come gli sciamiti in seta decorati con leoni e grifi realizzati da manifatture bizantine che, secondo la leggenda, avvolgevano le spoglie del martire istriano San Giuliano nella chiesa dedicatagli a Rimini, le porcellane della Manifattura di Ludwigsburg, il paliotto d’altare dell’ebanista Pietro Piffetti, sorprendente caleidoscopio intarsiato di madreperla, avorio, tartaruga, metalli, legni e pietre preziose.

Il percorso è punteggiato da video che mostrano le fasi dei restauri, digressioni scientifiche in cui a un lavoro manuale antico si abbinano nuove tecniche e strumenti, come le fotografie in falso colore, le indagini nucleari e la scansione in 3D, che aiutano a leggere le condizioni di salute delle opere e a immaginarne il tipo di intervento conservativo più adatto.

(articolo tratto da “la Repubblica” del 15 aprile 2018 di Olga Gambari)


Il link al sito web della mostra


 

Menu